Esplorare sé stessi attraverso gli stati non ordinari di coscienza
Credits to: Paolo Petracchi
Gli “stati non ordinari di coscienza”, o NOCS, sono quei momenti in cui la nostra percezione della realtà cambia, ci sentiamo diversi da come siamo normalmente e ci apriamo a esperienze che normalmente ci sfuggono. Il tema fu esplorato anche nel film di Ken Russell del 1984, “Altered States”, ma oggi sappiamo che questi stati non sono solo cinematografici: possono diventare strumenti potenti per esplorare noi stessi e persino per affrontare disturbi psichici anche gravi come la depressione.
Io sono Paolo Petracchi, ingegnere di formazione, appassionato di ipnosi, neuroscienze e stati non ordinari di coscienza. Lavoro con pratiche come il floating, la mindfulness e la meditazione per indurre questi stati e osservare come modificano la nostra percezione, le emozioni e la comprensione di chi siamo.
Quando entriamo in un NOCS, il nostro senso dell’io cambia insieme al nostro modo di percepire la realtà. Diventiamo “altro” per un po’, e questa alterazione può avvenire attraverso sostanze psicotrope, tecniche di respirazione, meditazione o deprivazione sensoriale. La coscienza non è un interruttore acceso/spento: è uno spettro con infinite sfumature, e i NOCS ci permettono di esplorare queste sfumature, sia attraverso iper-stimolazioni intense, come alcune tecniche di breathwork, sia attraverso ipo-stimolazioni, come il floating.
Ricercatori come Charles T. Tart, Stanislav Grof, Ronald Siegel e Arnold M. Ludwig hanno studiato questi stati fin dalla metà del Novecento, dimostrando che non sono affatto rari: anche nella vita quotidiana sperimentiamo micro-variazioni non ordinarie della coscienza.
Durante un NOCS, avviene una profonda trasformazione dell’io: percepiamo noi stessi in modo diverso e vediamo la realtà con occhi nuovi. Possiamo riscoprire intuizioni, immagini, visioni e ricordi normalmente invisibili nello stato ordinario. Si manifestano talvolta fenomeni di sinestesia, come “vedere” la musica o “toccare” un colore, esperienze che stimolano la neuroplasticità e favoriscono un senso di armonia interna. I NOCS ci permettono di recuperare connessioni che sembravano perdute e di esplorare aspetti di noi rimasti inespressi.
Un NOCS comporta un cambiamento del punto di vista su noi stessi e sul mondo. La depressione, per esempio, può essere vista come un punto di vista estremamente rigido e negativo sulla vita. Stimolare un NOCS in un soggetto affetto da depressione — attraverso esperienze nuove, rilascio emotivo o modificazioni della percezione — favorisce un cambiamento di prospettiva e quindi l’uscita dallo stato depressivo perché si realizza l’esistenza di altro che è tutt’altro che negativo.
Ogni esperienza autentica di cambiamento personale passa attraverso un NOCS, che possiamo vivere in tre fasi: riconoscimento di ciò che accade dentro di noi, accoglienza dell’esperienza senza ostacolarla, e integrazione nella nostra vita quotidiana di ciò che emerge dall’esperienza.
Molti si chiedono perché cerchiamo queste esperienze: bere un bicchiere di vino, fumare una canna, fare un’escursione in montagna o una sessione di floating sono tutti modi per alterare la coscienza e accedere a sensazioni particolari. La motivazione è sempre presente, sia consapevole sia inconscia: il riconoscere questa spinta è fondamentale per capire noi stessi. Definire set e setting è cruciale, cioè preparare la mente e l’ambiente per orientare l’esperienza in modo sicuro e profondo.
L’essere umano ha un impulso innato verso l’alterazione: rituali, danze, pratiche spirituali e anche festival e rave sono espressioni moderne di questa ricerca archetipica. Un NOCS può aprire porte diverse: esplorare emozioni sepolte, riconnettersi con parti perdute di noi, oppure fuggire dal dolore. La differenza dipende dal modo in cui ci approcciamo e dall’intenzione che portiamo.
È importante anche distinguere tra approcci dissociativi e associativi: sostanze come alcol, cannabis o oppioidi creano dissociazione, allontanandoci dal nostro sentire profondo, mentre sostanze psichedeliche come psilocibina, LSD, MDMA e DMT, così come pratiche come il floating o la respirazione olotropica, ampliano la percezione e favoriscono il contatto con il sé. Gli stati associativi aumentano la sensibilità interna, la consapevolezza emotiva e la connessione con parti di noi normalmente invisibili.
L’esperienza che deriva da un NOCS dipende da tre fattori: la sostanza o il metodo, il set, cioè la nostra intenzione, e il setting, cioè il contesto fisico, sociale ed emotivo in cui viviamo l’esperienza. Come diceva Paracelso: “Tutto è veleno, nulla esiste senza veleno; ciò che fa sì che un veleno sia un rimedio è la dose.”
A volte cerchiamo un NOCS per fuggire da emozioni spiacevoli o dalle responsabilità. Riconoscere questo è fondamentale per non cadere in una fuga illusoria. L’intenzione, invece, ci guida: vogliamo osservare la realtà, esplorare la nostra vita, ascoltare tutto ciò che emerge senza filtri. Anche un’esperienza difficile può rivelarsi preziosa, se affrontata con coraggio e compassione.
Infine, fare un NOCS da soli o in compagnia ha impatti diversi: da soli possiamo avere un’esperienza profondamente introspettiva, mentre in compagnia entriamo in un “campo condiviso” che amplifica la percezione. L’ideale è affidarsi a persone fidate o a guide esperte che garantiscano sicurezza e spazio per il nostro viaggio interiore. Alcune esperienze, come quelle con Ayahuasca o Curando, richiedono contesti originari e guide affidabili per essere vissute in sicurezza e profondità.
Il NOCS non è quindi solo un momento di alterazione, ma un viaggio attraverso noi stessi, un’opportunità di scoprire parti nascoste, ampliare la percezione e integrare nuove prospettive nella vita quotidiana. E il floating, con la sua ipo-stimolazione sensoriale, è uno dei modi più semplici e accessibili per iniziare questo viaggio, immergendosi completamente in se stessi e scoprendo ciò che normalmente resta invisibile.
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